Quando il corpo si chiude al sesso

Vaginismo

marzia

 

Sono una donna di trentasei anni che da qualche mese si é riappropriata del suo corpo e della sua sessualità. Mi piace usare il termine donna perché fino a oggi non mi consideravo tale o comunque mi sentivo una donna a metà. Mancava, nella mia vita, quell’”elemento” che, se per molte è così naturale, per altre, come me, può diventare motivo di grande sofferenza. E di sofferenza in questi lunghi anni vi assicuro ne ho provato tanta, fisica – morale – psicologica, tanto che più volte ho pensato che il mio problema non potesse avere una soluzione. Tra poco vi racconterò la mia storia ma non lascerò, come si fa di solito, alle righe finali il compito di dire come é andata; il finale voglio dirlo subito: il vaginismo si può curare e si guarisce.

Fin dall’adolescenza ho sempre sentito forte imbarazzo nel parlare di sesso nonostante, in quel periodo della vita, l’argomento sia molto diffuso anche tra le ragazze.  Dal mio corpo escludevo l’organo sessuale, era come se non ci fosse. Non riuscivo a guardarlo, a toccarlo e la sola idea della penetrazione, anche solo di un mio dito, mi terrorizzava. Mi rendevo conto che qualcosa non andava, ma per vergogna non lo raccontavo a nessuno.

Convivevo con questa difficoltà sperando che si risolvesse da sola ma mi resi conto che non poteva essere così quando mi sottoposi alla mia prima visita ginecologica. Ne avrei fatto volentieri a meno ma il ciclo mestruale era molto doloroso. E’ stato un incubo. Pur spiegando i miei problemi, il ginecologo mi visitò con molta fretta e con una tale forza, potrei dire violenza, che mi misi a urlare. Di fronte alla mia reazione mi mandò via limitandosi a prescrivere un potente anti- dolorifico per il ciclo mestruale. Tornai a casa distrutta non solo per il dolore che continuavo a provare ma perché, in fondo, quella visita non era servita a niente. Avevo ancora i miei problemi nonostante mi fossi rivolta a uno specialista.

Passarono due anni prima di recarmi da un altro ginecologo.

Anche qui mi trovai nella stessa situazione: al tentativo di visitarmi iniziai a tremare, le gambe non si fermavano più, mi tenevo con le mani al lettino opponendo forza. Il dolore era fortissimo. Me ne andai non sapendo, ancora una volta, perché mi succedeva tutto questo, perché non era possibile visitarmi come qualsiasi donna. Il mio problema non aveva né un nome né una soluzione. Nei miei pensieri c’era di tutto: dalle malformazioni interne alle gravi malattie e questo perché chi avrebbe dovuto darmi una spiegazione aveva solo aumentato le mie ansie. Ero demoralizzata e convinta di essere l’unica con questo problema e proprio per questo senza soluzione.  

La situazione di dolore e di disagio che provavo durante le visite mediche si presentava anche a ogni tentativo di rapporto sessuale. Appena il mio compagno si avvicinava le gambe iniziavano a tremare e tendevano a chiudersi verso l’interno, la schiena s’irrigidiva e non riuscivo a muovermi. Stringevo i denti. E quando, ripetendo a me stessa di stare calma, tenevo le gambe ferme, lui si trovava davanti ad un muro, una sorta di barriera indistruttibile. Il dolore era fortissimo. Impossibile avere una penetrazione. A ogni tentativo mi chiudevo sia fisicamente sia mentalmente. Il solo pensiero mi faceva stare male. Ci guardavamo. Lui mi tranquillizzava dicendomi che tutto con il tempo si sarebbe sistemato. Ed era anche quello che pensavo io: il tempo avrebbe sistemato tutto.

Non è stato così. Anzi più il tempo passava, sono trascorsi anni, più la situazione peggiorava. Era frustrante. Tra di noi silenzi lunghissimi, eravamo in crisi e non avevamo il coraggio di ammetterlo. Lui mi diceva che andava tutto bene ma era inutile negarlo: quella “cosa” mancava e ci mancava per sentirsi uomo, donna e coppia.

 Quando oramai avevo perso tutte le speranze, ho capito che dovevo fare qualcosa non solo perché avevo un compagno ma per me stessa, non potevo essere terrorizzata alla sola idea di andare da un ginecologo. Non era pensabile che mi mancasse il coraggio di toccarmi e di penetrarmi anche solo per capire com’ero fatta. E poi non sapevo esattamente cosa avevo, nessuno dei due ginecologi aveva fatto una diagnosi.

Avevo sentito parlare del Dott. Roberto Bernorio, ginecologo e sessuologo. Decisi di chiamarlo e di fissare un appuntamento. Il solo pensiero che mi dovesse visitare mi terrorizzava. Ero angosciata dall’idea che dovevo spiegargli le mie difficoltà nell’avere una penetrazione, avevo paura di essere derisa, ma com’ è possibile che uno non riesce ad avere una penetrazione se è la cosa più naturale e istintiva? Ti senti sola, pensi di essere l’unica perché tutti si lodano delle proprie capacità a letto e non del contrario. Arrivò il giorno della visita, il Dott. Roberto mi fece raccontare il mio vissuto, poi mi disse che per capire cosa succedeva doveva visitarmi. A differenza degli altri ginecologi che sembravano infastiditi dalla mia sofferenza, lui mi disse di spiegare tutte le mie sensazioni in quel momento, di urlare se ne sentivo il bisogno.

 Appena si avvicinò iniziai a curvare la schiena, a digrignare i denti e a chiudere le gambe verso me stessa. Una cosa mi lasciò sorpresa: nonostante tutto, seguendo le sue indicazioni, riuscì a visitarmi e il dolore iniziale diventò fastidio per poi scomparire del tutto. Mi diagnosticò un vaginismo di terzo grado e mi propose una terapia di dieci sedute, sei da sola e quattro con il mio compagno. Finalmente il problema aveva un nome: vaginismo e finalmente una terapia.

 Uscimmo dal suo studio per la prima volta fiduciosi, avevamo trovato un persona che era riuscita a comunicarci tranquillità e professionalità, potevamo fidarci di lui.

La terapia iniziò con un colloquio individuale con il dottore per conoscerci meglio. Poi ci fu il mio personale percorso. Dal primo incontro è emerso subito il mio disagio verso tutto quello che è “sessualità”. E’ stato necessario affrontare prima quest’aspetto, liberarmi dalle false convinzioni, dai sensi di colpa trasmessi da un’educazione troppo rigida che mi aveva imprigionato. Mi è stato chiesto di raccontare la mia idea di sessualità in un collage: le immagini, le foto che sceglievo indicavano la mia totale chiusura verso l’argomento. Per liberarmi, per uscire da quella gabbia, ho dovuto osservare il mio corpo e descriverlo. Ho dovuto leggere libri e vedere film dal contenuto erotico. Non vi dico quante volte ho provato disgusto, avevo quasi la nausea e mi sentivo in colpa. Stavo male ma il dottore riusciva sempre a farmi credere in quello che facevo, a farmi trovare una motivazione anche nei momenti di sconforto e diventava normale, naturale quello che prima non lo era. Superando gli ostacoli psicologici che hanno richiesto qualche seduta in più, ho iniziato a considerare il mio corpo nella sua totalità, l’organo sessuale faceva parte di me e capivo che potevo guardarlo, toccarlo, penetrarlo senza che succedesse nulla di catastrofico. La parte più vulnerabile di me poteva essere esplorata, ero in grado di provare piacere e in tutto questo non c’era niente di peccaminoso.

Ho dovuto guardare con uno specchio il mio organo sessuale prima solo all’esterno e poi all’interno. Dovevo descrivere quello che vedevo e quello che provavo. Dalla descrizione passai alla penetrazione in vagina prima  di un dito poi di una provetta graduata che mi permetteva di verificare quanto riuscivo a penetrare.

Ogni volta mi sembrava un miracolo! Sono per natura una persona pessimista, non credo nelle mie capacità, mi sottovaluto ma seguendo le indicazione riuscivo a fare  tutte queste cose. Erano una piccola conquista quotidiana.

Poi è arrivato il momento dei coni vaginali: con l’inserimento del primo cono, durante la seduta, il dottore mi ha insegnato a contrarre e decontrarre la muscolatura per facilitarne l’introduzione e la fuoriuscita. Si trattava di tre coni dilatatori dalle dimensioni crescenti da inserire in progressione rispettando le modalità e i tempi indicati. Ho incontrato qualche difficoltà con il terzo cono; difficoltà superate durante le sedute perché il dottore correggeva i miei errori.

La mia terapia personale era finita. Adesso iniziava quella di coppia con l’introduzione del quarto cono ovvero del pene.  Abbiamo fatto delle sedute di coppia nelle quali il dottore ci ha dato una serie d’indicazioni, di consigli per facilitare “quel momento”. I coni sono stati inseriti uno di seguito all’altro e, per ultimo, siamo riusciti a introdurre il pene.

Ho quindi raggiunto l’obiettivo iniziale della terapia ma la mia storia non finisce qui, sono solo all’inizio di un nuovo percorso.

Questa terapia mi ha insegnato che la sessualità è anche penetrazione ma non solo; la sessualità è un meraviglioso mezzo di comunicazione con se stessi e con gli altri. E’ un giardino che va curato, coltivato, innaffiato di fantasia e adesso posso prendermi cura di questo giardino. Ci vorrà del tempo ma ho gli strumenti per farlo.

Sarò sempre grata al dott. Roberto Bernorio per il cammino che mi ha fatto intraprendere. Ricordo le sue parole la prima volta che l’ho incontrato: gli stavo raccontando che quando sentivo dolore durante una penetrazione mi bloccavo, lui mi disse “che è come quando s’indossano un paio di scarpe nuove. Se fanno male e le togliamo subito non riusciremo più a metterle perché c’è il ricordo del dolore ma se continuiamo a indossarle prenderanno la forma del piede, si adatteranno e il dolore diventerà fastidio e poi scomparirà”. Voleva dirmi di non avere paura del mio corpo, di ascoltarlo, “quella parte” è lì innanzitutto per te. Voglio dire la stessa cosa a tutte le donne che si sono riconosciute nella mia storia o che vivono una storia simile: non abbiate paura, non aspettate che le cose cambino da sole. Rivolgetevi a uno specialista. Diventerete protagoniste di una meravigliosa esperienza con voi stesse, scoprirete il piacere del vostro corpo e riuscirete a comunicarlo anche agli altri.